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PIU'
O MENO A TREDICI ANNI
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Dissi
a mia madre :"Sono ormai un uomo, so come ci si comporta, come
si lavora, so che devo sempre "coricarmi a casa"".
Mia madre era tanto buona, veniva sempre a trovarmi quando facevo
il pastore e portava con sè sempre qualcosa da mangiare: fichi
secchi, noci, pane, tarallini ed io ero sempre felice di rivederla,
specie quando avevo una certa fame !
Avevo imparato a lavorare e grazie ad alcuni miei compagni di scuola
il lavoro non mancava mai in campagna, specie poi quando scoppiò
la II Guerra Mondiale il 10 giugno 1940.
Avevo imparato a lavorare, ma non sapevo se avevo imparato a vivere...
Alla Masseria Maccarone c' erano i Tamburrano, uno di loro era il
mio padrino di battesimo, facevo di tutto per farmi volere bene da
tutti, ma le mie scelte le ho sempre fatte da solo.
Ogni estate in compagnia della famiglia C...... , tutte persone istruite
e alla mano, si faceva festa ogni sera e si scherzava nei modi più
svariati e semplici. Dormivo in compagnia alla Masseria, c'erano molte
donne e dicevano di avere paura...avevamo più o meno la stessa
età. |
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LO
SCHERZO
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Una
sera avevamo scherzato per molto tempo e avevamo ballato e giocato,
ma una volta stanchi ci salutammo per raggiungere il nostro letto.
Io raggiunsi la mia stanza e dopo avere spento le luci a gas, le candele,
come ogni sera, avevo lasciato accesa la lampada ad olio che serviva
come luce notturna...
Veramente stanco feci per infilarmi nel mio letto, ma non riuscivo
a trovare lo spazio fra un lenzuolo e l' altro... ad un tratto sentii
chiamarmi :
"Giovanni, Giovanni ... cosa sono questi rumori ?"
"Zitti - dissi io - che non riesco a trovare dove ficcare i piedi",
non feci in tempo a dirlo che mi vidi circondato da cinque donne che
ridevano, allora capii che si trattava di uno scherzo:avevo sentito
parlare di "sacco", ma non lo avevo mai subìto.
Non mi persi d'animo e cercai di fare la cosa più tragica :
infilare i piedi dove non sarebbero mai entrati finchè Lucia,
una bella ragazza mia coetanea, cominciò a dire :
"Zia, prendimi un paio di mutandine perchè le mie si sono
bagnate".
Io saltai fuori dal letto e gridai : " ALLARMI, SI SALVI CHI
PUO', QUI ARRIVA IL MARE ! " così dicendo, in mutande
mi arrampicai su una finestra che era lì di fronte... e successe
l' irreparabile ...due sorelle non ce la fecero più e...arrivò
il mare.
Non ricordo per quanto tempo abbiamo continuato a ridere, so soltanto
che penso spesso a quell' episodio. |
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GIOCHI
E PASSATEMPI
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Ogni domenica
a MARANNA riunione della "TRUPPA" (il gruppo di amici)
per giocare a POZZETTO, PASCIUDD E MEST... 2 soldi per volta, per
vincere UNA LIRA ci voleva UNA GIORNATA INTERA... quando andava
bene !
Poi si andava a ballare andando in bicicletta da una masseria all'
altra e quando c' era tempo una corrispondenza amorosa IN UN MURO
A SECCO...
Una sera tornando da una Festa da ballo in zona Nigri, alla discesa
di Zippo io e i miei amici trovammo un muretto a secco demolito,
che ostruiva la strada, riuscimmo a passare lo stesso, ma la sera
dopo, ad un altro ballo, venimmo a sapere che si trattava di invidia,
perchè "VENIVO INVITATO DALLE DONNE AD OGNI BALLO".
I balli...
una volta a Carnevale, verso Locorotondo, in campagna eravamo in
un trullo e improvvisamente sentimmo rotolarci addoso il tetto:
un gruppo a noi rivale aveva preparato una trappola e mentre scappavamo,
qualcuno ruppe il lume a petrolio con una mazza e fra le grida,
al buio, presi una botta sul braccio... qual ballo finì così.
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REINZANO
- LA PIU' BELLA ! ...PER ROMPERE LA PIGNATA
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Ognuno
doveva portare qualcosa: vino, taralli, cime fritte, lampagioni, ecc...
in tutta la serata BALLAI SOLTANTO TRE VOLTE, però mi trovai
per caso nella stanza dove c'era tutto quello che si sarebbe mangiato
più tardi...
Mi accorsi che c'era uno strano personaggio, un tizio che prendeva
tutto quello che più gli piaceva, l' infilava nella manica
della giacca, l' arrotolava e facendo finta di niente usciva di casa...
Chiamai gli altri della comitiva e spiando il traffichino ci accorgemmo
che lasciava la refurtiva su di un largo muretto a secco e tornava
poco dopo all' interno per "fare un altro viaggio".
Ci bastò uno sguardo di intesa e noi piccoli ladruncoli portammo
via tutta la refurtiva ad un ladro ... ridemmo a crepapelle per tutta
la serata, ma la cosa più divertente fu quando lo rincontrammo
qualche giorno dopo, perchè ci guardò con una faccia...
e pensare che poteva essere nostro padre !
Si andava a ballare, è vero, ma dopo aver zappato per tutta
la giornata ! Avevo sedici anni all' epoca di questi fatti e si zappava
come si faceva una volta... |
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VITA
NUOVA
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Fra
tanti amici, un giorno, Vittorio Giannandrea mi fece una proposta
per un lavoro nuovo:
"Vuoi venire con me a lavorare al MOLINO CAPUTO ? La paga
è di 10 lire al giorno e per tutti i giorni della settimana
!"
Io pensai che in campagna prendevo soltanto 5 lire al giorno,
ma soltanto quando riuscivo a trovare lavoro, così divenni
mugnaio.
Per me quel lavoro era un gioco e soltanto nelle giornate più
faticose ripensavo al lavoro che facevo prima, ma non volevo fare
la figura di ritornare a lavorare in campagna, era il 1943, in
piena guerra e nonostante tutto lavoravo e riuscivo a divertirmi.
Andavo e venivo da Maccarone mattina e sera a piedi, perchè
non avevo una bicicletta (non si trovavano copertoni ). Certe
sere ero così stanco che andavo a dormire a casa di comare
Polecchia (ad Alberobello, in via Parini) dicendogli semplicemente:
"Io stasera dormo qua ".
Spesso,
scherzando, faceva finta di scacciarmi con una scopa, ma finivamo
sempre a ridere, perchè gli mettevo sottosopra la casa.
Per farla breve: il pulcinella, quando volevo, lo facevo sempre
!
Una sera al CINEMA GARIBALDI, aperto da poco, si proiettava "LA
CENA DELLE BEFFE" con Umberto Spadaro e Carlo Tamberlain,
eravamo in piena guerra e il Sud Italia era già Zona libera,
molta gente si rifugiava qui. Per vedere il film le donne del
Pastificio ( colleghe di lavoro ) mi catturarono e si fecero pagare
il biglietto di ingresso al cinema...tutte !
Il giorno dopo mi prendevano in giro perchè avevo speso
60 lire, cioè tutti i soldi guadagnati in una settimana
di lavoro... dopo quell' esperienza l' americano non l' ho più
fatto !
Questa era la mia vita spensierata, fatta di lavoro, divertimento
e armonia... durò fino a quando non si sposò mia
sorella Palmina, continuai ad andare a ballare senza ricevere
limite alcuno da mia madre, ma quando rientravo mi diceva sempre:
"Mi fai stare in pensiero, dove vai, con chi, cosa fai ?
Non mi fai dormire."
Le ore che nominava erano due: "E' MEZZANOTTE ! " oppure
" MO' MO' SI FA GIORNO ", di orologi a quell' epoca
ce n'era uno solo e lo portavo io al mio polso.
Ogni sera mi chiedeva "Giuè, da dove vieni ?"
. Ero giovane, ma certe espressioni mi toccavano il cuore, mamma
era una santa vecchietta (era nata nel 1884), perciò presi
una decisione: " MI SPOSO, così torno a casa e accudisco
anche mia madre".
Sempre abitando a Maccarone Zona B, 329 Martina Franca, (mugnaio
e contadino) la sera, dopo il lavoro, prendevo il treno per Martina
Franca e andavo da mia sorella.
Mamma era contenta perchè andavo in campagna per dare notizie
di Palmina e tornavo ad Alberobello a lavorare.
Grazie a mia sorella conobbi Comasia e con lei altre ragazze di
Martina Franca, era maggio o giugno del 1945.
Continuai a fare questa vita fino al 12 Novembre dello stesso
anno, quando sposai Comasia Semeraro, avevo 19 anni, 3 mesi e
23 giorni e vivevo sempre a Maccarone e facevo ancora il mugnaio
quando improvvisamente accadde un imprevisto : i fratelli Caputo
cedettero l' azienda ai Turi, fermarono il Mulino per modifiche
e noi lavoratori ci trovammo disoccupati.
Le cose non andavano bene e così con compare Peppino Bergamo
andammo a Bari in bicicletta, io con una vecchia bicicletta col
tubo vicino ai pedali spezzato, tanto che ad ogni pedalata ondeggiavo
da destra a sinistra e Peppino con un' altra .
A Casamassima ci comprammo una banana ciascuno, come vitto della
giornata.
Pensavamo di cercare lavoro all' estero, in Italia stavamo ancora
nella Babilonia, si doveva votare per LA REPUBBLICA o LA MONARCHIA.
Intanto andai a lavorare a Martina Franca nel Molino S. Eligio,
ero capace e bravo, così io e la mia famiglia decidemmo
di andare a vivere lì, ma anche questo durò poco,
evidentemente dove arrivavo io tutto si fermava, questa volta
fu "...PER MODIFICHE AL MULINO".
Ci furono notizie che fecero rinascere la speranza di tornare
a lavorare al vecchio mulino, così decidemmo di tornare
a vivere a Maccarone, decisi di tornare in campagna, anche se
stare lì non mi piaceva più come prima, ma era casa
mia...
Dopo circa 11 mesi ed un giorno dal mio matrimonio nacque mia
figlia Mimina, era di domenica, mi mandarono in farmacia per delle
compere, quando tornai ERO PADRE, avevo poco più di vent'anni,
l' emozione , non poca, durò per un bel pò di tempo.
Qualche mese dopo vendetti la campagna, comprando una casettina
in via Diaz ad Alberobello (una permuta).
Eravamo tanto felici e tutto ci sembrava bello, a dicembre del
1947 nacque la mia seconda figlia Maria. La mia "fortuna"
tornò a perseguitarmi: il mulino Turi passò da Industria
a Commercio: di nuovo senza lavoro !
Bisognava arrangiarsi in tutti i modi . Andavo spesso nei boschi
a raccogliere i rami secchi per approntare il fuoco e per cucinare.
Mi ricordo un episodio in particolare: dovevo andare a Talsano
(Taranto) per fare delle riparazioni come mugnaio esperto in un
mulino che era lì. Avevo in tasca trenta soldi, se compravo
un panino non potevo comprare le sigarette... scelsi le sigarette,
con la speranza che più tardi avrei fatto colazione in
qualche modo, invece dopo aver fatto tutta la strada in bicicletta
si fecero le due del pomeriggio e mi sentivo lo stomaco dietro
alle spalle...
A fine lavoro non mi ricordo quanto mi fu gradito un panino e
un bicchiere di vino !
Tornai a casa sempre in bicicletta, portando con me un sacchetto
di farina da 5 Kg.,
AVEVO FATTO UNA BELLA GIORNATA ! A CASA SI FECE FESTA .
Il
tempo passava vivendo alla giornata. Nonnina (mia suocera di Martina
F.) e le sue figlie lavoravano da sartine e si prodigavano per
noi, si tirava avanti come meglio si poteva e giunse il terzo
figlio : Pietro.
Quel giorno non c'era miseria, ERA NATO IL FIGLIO MASCHIO, inutile
raccontare come siamo fatti noi uomini: sprigionavo gioia da tutti
i pori. Telefonai a Martina Franca scherzando con tutti, anche
lì aspettavano questo figlio maschio, fu festa, una festa
povera, ma allegra.
Passarono i giorni e nella primavera del 1950 non mi sentii bene
per la prima volta: ebbi febbre per qualche tempo, passò...dopo
qualche mese si ripresentò ...era il 16 luglio del 1950
(Madonna del Carmine) il medico mi ordinò di andare al
Dispensario a Putignano, così mi alzai da letto con la
febbre addosso e in bicicletta lo raggiunsi : PLEURITI SECCHE
CON ENFISEMA POLMONARE, ricovero urgente che ottenni a CARICO
della PREVIDENZA SOCIALE. Fui trasferito all' Ospedale di Brindisi
il 5 agosto 1950 .
Qui finì il periodo di povertà : fra sussidio ed
assegni familiari si stava bene economicamente.
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DA
INFERMO A INFERMIERE
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Con l'aiuto
di tutti i Santi ed in particolare dei Santi Medici Cosma e Damiano,
dopo due mesi circa stetti bene, aiutavo Suor Idelfonsa in medicheria,
lavavo siringhe, tenevo aggiornate le cartelle dei malati, mi prodigavo
in tutto quello in cui potevo rendermi utile.
Ci fu l' opportunità di frequentare in ospedale un corso
di Elettrotecnica, Radiotecnica e ci si poteva iscrivere gratuitamente.
Lo feci...
Il professor Canario, che lo teneva, morì dopo appena 15
giorni di corso (un incidente d'auto).Io e tutti gli allievi, circa
una quindicina, eravamo mortificati . Suor Idelfonsa che già
conosceva pregi e difetti di tutti mi disse di non disperarmi perchè
mi avrebbe fatto studiare da infermiere e promise di aiutarmi.
Io non ne ero molto convinto, ma Giovanni di qua e Giovanni di là...
le donne riescono sempre a convincere noi uomini e per me cominciò
un turbillon: ci volevano soldi, perciò cominciai a guadagnare
700 lire al mese come aiuto in medicheria, 300 lire col sussidio
INPS, cominciai a gestire lo spaccio in Ospedale in cui si vendeva
tutto quello che poteva servire agli ammalati...
Fu così, che armato di libri, quaderni e tanta, tanta volontà
mi impegnai per diventare infermiere: studiavo di mattina presto,
alle 7 lavoravo in medicheria, verso le otto avevo già finito
in un reparto in cui c'erano 66 posti letto sempre pieni, poi facevo
colazione, lavoravo allo spaccio, andavo a pranzo a mezzogiorno,un
pisolino e alle 17 giro di punture; alle 18 a cena, poi di nuovo
spaccio e studio.
Tutto questo durò parecchio tempo, a parte le feste comandate
tornavo a casa ogni dieci o quindici giorni e nonostante la malattia
e il ricovero mi avanzavano sempre dei soldi per la mia famiglia.
Nel frattempo mia moglie Comasia e i piccoli si trasferirono a Martina
Franca, dove le zie e la nonna potevano accudire i nipotini.
In ospedale, per circa venti giorni, si ammala Suor Idelfonsa dando
ordine di affidare a me la responsabilità dell' organizzazione
giornaliera del reparto ospedaliero che dipendeva da lei . Più
passava il tempo e più mi rendevo conto di essere padrone
della situazione, tanto che pretendevo di fare le cose più
difficili...
Una notte, verso le due, mi svegliarono dal sonno profondo:
"Matarrese, ti vogliono in Sala Operatoria, c'è il Grande
Ufficiale Messina che sta operando MACCHIA DI PNEUMA SPONTANEO !
"
"Bè, e da me cosa vogliono ?" risposi.
Il portantino mi disse : "Io non lo so, mi manda Suor Idelfonsa,
vai presto ".
Mi sbrigai a raggiungere la Sala Operatoria, il paziente era gonfio
come un coniglio prima di scorticarlo e nessuno riusciva a trovargli
la vena per fargli una puntura, io gliene facevo tutti i giorni
...
"Professore, questo è Matarrese" disse Suor Idelfonsa;
"Vediamo un pò cosa sai fare ! " mi disse il professore.
Io stavo tremando come una foglia, era la prima volta che vedevo
tutta quella gente mascherata per un intervento, ero intimorito
e provavo soggezione nei confronti del professore di cui avevo sentito
parlare, ma in quel momento mi venne in mente San Cosimo e gli chiesi
di aiutarmi...
Al primo tentativo andai dritto dritto in vena e il Prof. Messina
disse a tutti :
"Imparate come si fanno le endovene ! " ci avevano provato
in molti e non ci erano riusciti.
Il giorno dopo tutto l' ospedale mi teneva in palmo di mano, tutti...
c'erano 252 posti letto in totale e io non saprò mai se fu
tutto merito mio, so soltanto che quest'episodio fu una pietra angolare
per il mio sapere.
Il tempo passò in fretta e arrivò il giorno dell'
esame da infermiere. Suor Idelfonsa, il Prof. Semilia, il Dott.
Paloscia mi raccomandarono alla commissione dicendo che vivevo notte
e giorno in Ospedale ed erano passati quasi quattro anni.
Gli esami alla provincia sanitaria andarono bene, il Diploma dovevo
riceverlo da Roma dall' Accademia Culturale, che avrebbe poi passato
tutto l' incartamento alla Pretura per gli accertamenti di tutto
il corso che avevo frequentato al fine di garantire l' effettivo
conseguimento dello stesso.
Il 10 giugno 1954 tornai ad Alberobello ad abitare in via Diaz,
15 e a fare l' infermiere...
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dedicato
a mio padre...
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visitatori
dal 20/6/2002
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