IL PICCOLO PASTORE

IN UN TRULLO BELLO E GRANDE DELLA CONTRADA MONACA

Poco prima del tramonto del sole del 19 luglio 1926 nascevo, figlio di Pietro e di Cosima Antonia Bini. Il più felice fu mio padre che vedeva nascere il primo erede maschio dopo tre femmine, due nate dal primo matrimonio e Palmina, la mia cara sorella maggiore.
Tutto questo mi fu chiaro quattro o cinque anni dopo, così come appresi che mio padre era morto 19 mesi e 9 giorni dopo la mia nascita.
Dai vari piccoli lasciti voluti da mia madre per andare avanti capii che abitavamo a Colarossa, ma non per molto tempo perchè mi ricordo che quando ebbi circa cinque anni andammo a vivere a Maccarone.

In punto di morte mio padre aveva raccomandato al suo più vicino compare Giuseppe Cardone:
" Io sto morendo perciò nel nome della nostra fede cattolica ti chiedo di avere cura di questi miei piccoli figli" .
Fu così che tra il 1932 e il 1933 (quando avevo cinque o sei anni) compare Cardone disse a mia madre:
" Comm. Cosimina, tu devi far stare questo tuo figlio maschio a casa mia, perchè è maschio e "prenderà il volo" e tu non riuscirai a stargli dietro, mentre a casa mia, con i miei figli lui imparerà a vivere..." .
Diventai prima guardiano di tacchini, poi di pecore, di capre e quando venne il tempo di frequentare la scuola facevo "il pastore con il libro in mano". Di sera illuminato da una piccola lampada ad olio fecevo i miei compiti e mi ricordo che ogni volta che mi soffiavo il naso la secrezione era di colore nero... d' estate lavoravo trasportando terreno sulle spalle per il viaggio di andata e al ritorno mi caricavano di pietre. Al lavoro, il ragazzo più piccolo aveva otto anni più di me, ma io non mi lamentavo e ricordo che il detto era "ADDRIZZA VIGNITELLO QUANDO E' TENERELLO".

PIU' O MENO A TREDICI ANNI
Dissi a mia madre :"Sono ormai un uomo, so come ci si comporta, come si lavora, so che devo sempre "coricarmi a casa"".
Mia madre era tanto buona, veniva sempre a trovarmi quando facevo il pastore e portava con sè sempre qualcosa da mangiare: fichi secchi, noci, pane, tarallini ed io ero sempre felice di rivederla, specie quando avevo una certa fame !
Avevo imparato a lavorare e grazie ad alcuni miei compagni di scuola il lavoro non mancava mai in campagna, specie poi quando scoppiò la II Guerra Mondiale il 10 giugno 1940.
Avevo imparato a lavorare, ma non sapevo se avevo imparato a vivere...
Alla Masseria Maccarone c' erano i Tamburrano, uno di loro era il mio padrino di battesimo, facevo di tutto per farmi volere bene da tutti, ma le mie scelte le ho sempre fatte da solo.
Ogni estate in compagnia della famiglia C...... , tutte persone istruite e alla mano, si faceva festa ogni sera e si scherzava nei modi più svariati e semplici. Dormivo in compagnia alla Masseria, c'erano molte donne e dicevano di avere paura...avevamo più o meno la stessa età.
l' intera scolaresca della SCUOLA DI MARANNA (CONTRADA TRA ALBEROBELLO E MARTINA FRANCA)
LO SCHERZO
Una sera avevamo scherzato per molto tempo e avevamo ballato e giocato, ma una volta stanchi ci salutammo per raggiungere il nostro letto.
Io raggiunsi la mia stanza e dopo avere spento le luci a gas, le candele, come ogni sera, avevo lasciato accesa la lampada ad olio che serviva come luce notturna...
Veramente stanco feci per infilarmi nel mio letto, ma non riuscivo a trovare lo spazio fra un lenzuolo e l' altro... ad un tratto sentii chiamarmi :
"Giovanni, Giovanni ... cosa sono questi rumori ?"
"Zitti - dissi io - che non riesco a trovare dove ficcare i piedi", non feci in tempo a dirlo che mi vidi circondato da cinque donne che ridevano, allora capii che si trattava di uno scherzo:avevo sentito parlare di "sacco", ma non lo avevo mai subìto.
Non mi persi d'animo e cercai di fare la cosa più tragica : infilare i piedi dove non sarebbero mai entrati finchè Lucia, una bella ragazza mia coetanea, cominciò a dire :
"Zia, prendimi un paio di mutandine perchè le mie si sono bagnate".
Io saltai fuori dal letto e gridai : " ALLARMI, SI SALVI CHI PUO', QUI ARRIVA IL MARE ! " così dicendo, in mutande mi arrampicai su una finestra che era lì di fronte... e successe l' irreparabile ...due sorelle non ce la fecero più e...arrivò il mare.
Non ricordo per quanto tempo abbiamo continuato a ridere, so soltanto che penso spesso a quell' episodio.
GIOCHI E PASSATEMPI

Ogni domenica a MARANNA riunione della "TRUPPA" (il gruppo di amici) per giocare a POZZETTO, PASCIUDD E MEST... 2 soldi per volta, per vincere UNA LIRA ci voleva UNA GIORNATA INTERA... quando andava bene !
Poi si andava a ballare andando in bicicletta da una masseria all' altra e quando c' era tempo una corrispondenza amorosa IN UN MURO A SECCO...
Una sera tornando da una Festa da ballo in zona Nigri, alla discesa di Zippo io e i miei amici trovammo un muretto a secco demolito, che ostruiva la strada, riuscimmo a passare lo stesso, ma la sera dopo, ad un altro ballo, venimmo a sapere che si trattava di invidia, perchè "VENIVO INVITATO DALLE DONNE AD OGNI BALLO".

I balli... una volta a Carnevale, verso Locorotondo, in campagna eravamo in un trullo e improvvisamente sentimmo rotolarci addoso il tetto: un gruppo a noi rivale aveva preparato una trappola e mentre scappavamo, qualcuno ruppe il lume a petrolio con una mazza e fra le grida, al buio, presi una botta sul braccio... qual ballo finì così.

REINZANO - LA PIU' BELLA ! ...PER ROMPERE LA PIGNATA
Ognuno doveva portare qualcosa: vino, taralli, cime fritte, lampagioni, ecc... in tutta la serata BALLAI SOLTANTO TRE VOLTE, però mi trovai per caso nella stanza dove c'era tutto quello che si sarebbe mangiato più tardi...
Mi accorsi che c'era uno strano personaggio, un tizio che prendeva tutto quello che più gli piaceva, l' infilava nella manica della giacca, l' arrotolava e facendo finta di niente usciva di casa... Chiamai gli altri della comitiva e spiando il traffichino ci accorgemmo che lasciava la refurtiva su di un largo muretto a secco e tornava poco dopo all' interno per "fare un altro viaggio".
Ci bastò uno sguardo di intesa e noi piccoli ladruncoli portammo via tutta la refurtiva ad un ladro ... ridemmo a crepapelle per tutta la serata, ma la cosa più divertente fu quando lo rincontrammo qualche giorno dopo, perchè ci guardò con una faccia... e pensare che poteva essere nostro padre !
Si andava a ballare, è vero, ma dopo aver zappato per tutta la giornata ! Avevo sedici anni all' epoca di questi fatti e si zappava come si faceva una volta...
VITA NUOVA

Fra tanti amici, un giorno, Vittorio Giannandrea mi fece una proposta per un lavoro nuovo:
"Vuoi venire con me a lavorare al MOLINO CAPUTO ? La paga è di 10 lire al giorno e per tutti i giorni della settimana !"
Io pensai che in campagna prendevo soltanto 5 lire al giorno, ma soltanto quando riuscivo a trovare lavoro, così divenni mugnaio.
Per me quel lavoro era un gioco e soltanto nelle giornate più faticose ripensavo al lavoro che facevo prima, ma non volevo fare la figura di ritornare a lavorare in campagna, era il 1943, in piena guerra e nonostante tutto lavoravo e riuscivo a divertirmi.
Andavo e venivo da Maccarone mattina e sera a piedi, perchè non avevo una bicicletta (non si trovavano copertoni ). Certe sere ero così stanco che andavo a dormire a casa di comare Polecchia (ad Alberobello, in via Parini) dicendogli semplicemente: "Io stasera dormo qua ".
Spesso, scherzando, faceva finta di scacciarmi con una scopa, ma finivamo sempre a ridere, perchè gli mettevo sottosopra la casa.
Per farla breve: il pulcinella, quando volevo, lo facevo sempre !
Una sera al CINEMA GARIBALDI, aperto da poco, si proiettava "LA CENA DELLE BEFFE" con Umberto Spadaro e Carlo Tamberlain, eravamo in piena guerra e il Sud Italia era già Zona libera, molta gente si rifugiava qui. Per vedere il film le donne del Pastificio ( colleghe di lavoro ) mi catturarono e si fecero pagare il biglietto di ingresso al cinema...tutte !
Il giorno dopo mi prendevano in giro perchè avevo speso 60 lire, cioè tutti i soldi guadagnati in una settimana di lavoro... dopo quell' esperienza l' americano non l' ho più fatto !
Questa era la mia vita spensierata, fatta di lavoro, divertimento e armonia... durò fino a quando non si sposò mia sorella Palmina, continuai ad andare a ballare senza ricevere limite alcuno da mia madre, ma quando rientravo mi diceva sempre:
"Mi fai stare in pensiero, dove vai, con chi, cosa fai ? Non mi fai dormire."
Le ore che nominava erano due: "E' MEZZANOTTE ! " oppure " MO' MO' SI FA GIORNO ", di orologi a quell' epoca ce n'era uno solo e lo portavo io al mio polso.
Ogni sera mi chiedeva "Giuè, da dove vieni ?" . Ero giovane, ma certe espressioni mi toccavano il cuore, mamma era una santa vecchietta (era nata nel 1884), perciò presi una decisione: " MI SPOSO, così torno a casa e accudisco anche mia madre".
Sempre abitando a Maccarone Zona B, 329 Martina Franca, (mugnaio e contadino) la sera, dopo il lavoro, prendevo il treno per Martina Franca e andavo da mia sorella.
Mamma era contenta perchè andavo in campagna per dare notizie di Palmina e tornavo ad Alberobello a lavorare.
Grazie a mia sorella conobbi Comasia e con lei altre ragazze di Martina Franca, era maggio o giugno del 1945.
Continuai a fare questa vita fino al 12 Novembre dello stesso anno, quando sposai Comasia Semeraro, avevo 19 anni, 3 mesi e 23 giorni e vivevo sempre a Maccarone e facevo ancora il mugnaio quando improvvisamente accadde un imprevisto : i fratelli Caputo cedettero l' azienda ai Turi, fermarono il Mulino per modifiche e noi lavoratori ci trovammo disoccupati.
Le cose non andavano bene e così con compare Peppino Bergamo andammo a Bari in bicicletta, io con una vecchia bicicletta col tubo vicino ai pedali spezzato, tanto che ad ogni pedalata ondeggiavo da destra a sinistra e Peppino con un' altra .
A Casamassima ci comprammo una banana ciascuno, come vitto della giornata.
Pensavamo di cercare lavoro all' estero, in Italia stavamo ancora nella Babilonia, si doveva votare per LA REPUBBLICA o LA MONARCHIA.
Intanto andai a lavorare a Martina Franca nel Molino S. Eligio, ero capace e bravo, così io e la mia famiglia decidemmo di andare a vivere lì, ma anche questo durò poco, evidentemente dove arrivavo io tutto si fermava, questa volta fu "...PER MODIFICHE AL MULINO".
Ci furono notizie che fecero rinascere la speranza di tornare a lavorare al vecchio mulino, così decidemmo di tornare a vivere a Maccarone, decisi di tornare in campagna, anche se stare lì non mi piaceva più come prima, ma era casa mia...
Dopo circa 11 mesi ed un giorno dal mio matrimonio nacque mia figlia Mimina, era di domenica, mi mandarono in farmacia per delle compere, quando tornai ERO PADRE, avevo poco più di vent'anni, l' emozione , non poca, durò per un bel pò di tempo.
Qualche mese dopo vendetti la campagna, comprando una casettina in via Diaz ad Alberobello (una permuta).
Eravamo tanto felici e tutto ci sembrava bello, a dicembre del 1947 nacque la mia seconda figlia Maria. La mia "fortuna" tornò a perseguitarmi: il mulino Turi passò da Industria a Commercio: di nuovo senza lavoro !
Bisognava arrangiarsi in tutti i modi . Andavo spesso nei boschi a raccogliere i rami secchi per approntare il fuoco e per cucinare. Mi ricordo un episodio in particolare: dovevo andare a Talsano (Taranto) per fare delle riparazioni come mugnaio esperto in un mulino che era lì. Avevo in tasca trenta soldi, se compravo un panino non potevo comprare le sigarette... scelsi le sigarette, con la speranza che più tardi avrei fatto colazione in qualche modo, invece dopo aver fatto tutta la strada in bicicletta si fecero le due del pomeriggio e mi sentivo lo stomaco dietro alle spalle...
A fine lavoro non mi ricordo quanto mi fu gradito un panino e un bicchiere di vino !
Tornai a casa sempre in bicicletta, portando con me un sacchetto di farina da 5 Kg.,
AVEVO FATTO UNA BELLA GIORNATA ! A CASA SI FECE FESTA .

Il tempo passava vivendo alla giornata. Nonnina (mia suocera di Martina F.) e le sue figlie lavoravano da sartine e si prodigavano per noi, si tirava avanti come meglio si poteva e giunse il terzo figlio : Pietro.
Quel giorno non c'era miseria, ERA NATO IL FIGLIO MASCHIO, inutile raccontare come siamo fatti noi uomini: sprigionavo gioia da tutti i pori. Telefonai a Martina Franca scherzando con tutti, anche lì aspettavano questo figlio maschio, fu festa, una festa povera, ma allegra.
Passarono i giorni e nella primavera del 1950 non mi sentii bene per la prima volta: ebbi febbre per qualche tempo, passò...dopo qualche mese si ripresentò ...era il 16 luglio del 1950 (Madonna del Carmine) il medico mi ordinò di andare al Dispensario a Putignano, così mi alzai da letto con la febbre addosso e in bicicletta lo raggiunsi : PLEURITI SECCHE CON ENFISEMA POLMONARE, ricovero urgente che ottenni a CARICO della PREVIDENZA SOCIALE. Fui trasferito all' Ospedale di Brindisi il 5 agosto 1950 .
Qui finì il periodo di povertà : fra sussidio ed assegni familiari si stava bene economicamente.

DA INFERMO A INFERMIERE

Con l'aiuto di tutti i Santi ed in particolare dei Santi Medici Cosma e Damiano, dopo due mesi circa stetti bene, aiutavo Suor Idelfonsa in medicheria, lavavo siringhe, tenevo aggiornate le cartelle dei malati, mi prodigavo in tutto quello in cui potevo rendermi utile.
Ci fu l' opportunità di frequentare in ospedale un corso di Elettrotecnica, Radiotecnica e ci si poteva iscrivere gratuitamente. Lo feci...
Il professor Canario, che lo teneva, morì dopo appena 15 giorni di corso (un incidente d'auto).Io e tutti gli allievi, circa una quindicina, eravamo mortificati . Suor Idelfonsa che già conosceva pregi e difetti di tutti mi disse di non disperarmi perchè mi avrebbe fatto studiare da infermiere e promise di aiutarmi.
Io non ne ero molto convinto, ma Giovanni di qua e Giovanni di là... le donne riescono sempre a convincere noi uomini e per me cominciò un turbillon: ci volevano soldi, perciò cominciai a guadagnare 700 lire al mese come aiuto in medicheria, 300 lire col sussidio INPS, cominciai a gestire lo spaccio in Ospedale in cui si vendeva tutto quello che poteva servire agli ammalati...
Fu così, che armato di libri, quaderni e tanta, tanta volontà mi impegnai per diventare infermiere: studiavo di mattina presto, alle 7 lavoravo in medicheria, verso le otto avevo già finito in un reparto in cui c'erano 66 posti letto sempre pieni, poi facevo colazione, lavoravo allo spaccio, andavo a pranzo a mezzogiorno,un pisolino e alle 17 giro di punture; alle 18 a cena, poi di nuovo spaccio e studio.
Tutto questo durò parecchio tempo, a parte le feste comandate tornavo a casa ogni dieci o quindici giorni e nonostante la malattia e il ricovero mi avanzavano sempre dei soldi per la mia famiglia.
Nel frattempo mia moglie Comasia e i piccoli si trasferirono a Martina Franca, dove le zie e la nonna potevano accudire i nipotini.
In ospedale, per circa venti giorni, si ammala Suor Idelfonsa dando ordine di affidare a me la responsabilità dell' organizzazione giornaliera del reparto ospedaliero che dipendeva da lei . Più passava il tempo e più mi rendevo conto di essere padrone della situazione, tanto che pretendevo di fare le cose più difficili...
Una notte, verso le due, mi svegliarono dal sonno profondo:
"Matarrese, ti vogliono in Sala Operatoria, c'è il Grande Ufficiale Messina che sta operando MACCHIA DI PNEUMA SPONTANEO ! "
"Bè, e da me cosa vogliono ?" risposi.
Il portantino mi disse : "Io non lo so, mi manda Suor Idelfonsa, vai presto ".
Mi sbrigai a raggiungere la Sala Operatoria, il paziente era gonfio come un coniglio prima di scorticarlo e nessuno riusciva a trovargli la vena per fargli una puntura, io gliene facevo tutti i giorni ...
"Professore, questo è Matarrese" disse Suor Idelfonsa;
"Vediamo un pò cosa sai fare ! " mi disse il professore.
Io stavo tremando come una foglia, era la prima volta che vedevo tutta quella gente mascherata per un intervento, ero intimorito e provavo soggezione nei confronti del professore di cui avevo sentito parlare, ma in quel momento mi venne in mente San Cosimo e gli chiesi di aiutarmi...
Al primo tentativo andai dritto dritto in vena e il Prof. Messina disse a tutti :
"Imparate come si fanno le endovene ! " ci avevano provato in molti e non ci erano riusciti.
Il giorno dopo tutto l' ospedale mi teneva in palmo di mano, tutti... c'erano 252 posti letto in totale e io non saprò mai se fu tutto merito mio, so soltanto che quest'episodio fu una pietra angolare per il mio sapere.
Il tempo passò in fretta e arrivò il giorno dell' esame da infermiere. Suor Idelfonsa, il Prof. Semilia, il Dott. Paloscia mi raccomandarono alla commissione dicendo che vivevo notte e giorno in Ospedale ed erano passati quasi quattro anni.
Gli esami alla provincia sanitaria andarono bene, il Diploma dovevo riceverlo da Roma dall' Accademia Culturale, che avrebbe poi passato tutto l' incartamento alla Pretura per gli accertamenti di tutto il corso che avevo frequentato al fine di garantire l' effettivo conseguimento dello stesso.
Il 10 giugno 1954 tornai ad Alberobello ad abitare in via Diaz, 15 e a fare l' infermiere...


dedicato a mio padre...
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